I mali di Roma e la crisi dello smaltimento dei rifiuti

Analisi delle problematiche e delle cause che hanno portato nel corso degli anni all’attuale situazione di collasso dei rifiuti nella Capitale

Dopo la costituzione del Regno d’Italia nel 1861 e la successiva proclamazione di Roma,
capitale d’Italia, nonostante gli importanti impegni presi dai Governi e dalle forze politiche che si succedettero, poco più di un secolo dopo e successivamente al Concilio Vaticano II, il Cardinale Poletti, vicario di Roma, fu costretto ad indire dal 13 al15 febbraio 1974 il Convegno su “I mali di Roma”, in cui chiamò i romani a discutere insieme sulle attese di carità e giustizia della città.

Si trattava infatti di discutere di una capitale, città sacra per la Chiesa, ridotta in pratica ad una immensa periferia anche allora piena di immigrati, anche se provenienti soprattutto da sud del Paese, senza lavoro, con tante baracche senza servizi sociali e igienici, una città “malata”, come la definiva lo stesso Cardinale Poletti, per la quale occorreva identificare i mali e agire.
Un convegno sui mali di Roma, dal titolo “Le responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e giustizia nella Diocesi di Roma”, menzionato dallo stesso Papa Francesco in occasione di una recente visita in Campidoglio.

Tra i mali di Roma, che occorreva identificare e per i quali agire, in nuce evidentemente si profilava anche la crisi dello smaltimento dei rifiuti, che oggi sembra ormai sovrastare la città e tutti gli altri non pochi mali, che si sono anch’essi aggravati.

Lasciando ad un successivo articolo la trattazione di tutti gli altri mali, tra i quali emerge quello dell’immigrazione e della integrazione degli stessi immigrati, proviamo ad analizzare le principali cause che hanno portato alla crisi dello smaltimento dei rifiuti ed all’emergenza sanitaria non ancora scongiurata.

Fallita la “raccolta dei materiali post-consumo” promessa dalla Raggi e non ancora visibile all’orizzonte degli eventi il relativo Piano Regionale in gestazione dal 2012, possiamo fare un breve elenco delle cause principali che hanno portato a tale crisi:

La discarica di Malagrotta: la più grande di Europa di 240 ettari alla periferia ovest della città, sulla quale si sono concentrati negli anni e giustamente gli strali degli ambientalisti e della popolazione del circondario, di indagini giudiziarie, nonché di una procedura di infrazione dell’Unione Europea. A tale discarica, di proprietà di Manlio Cerroni, per decenni si era cercato infatti di trovare un sito alternativo, ricerca sulla quale hanno fallito sindaci, governatori e commissari governativi.
Nel 2013, anche per le pressioni di Bruxelles, il sindaco Marino, di concerto con il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, fu costretto a fermare i conferimenti, nonostante da parte della società concessionaria della discarica venisse fatto presente che vi erano ancora da utilizzare altri 200.000 metri cubi disponibili. Il termine dei conferimenti nella discarica di Malagrotta fu accolta trionfalmente da varie forze politiche e dalla popolazione interessata, anche se molti si posero il naturale quesito “e ora i rifiuti dove li portiamo?”


Purtroppo si tratta di una domanda ancora oggi sostanzialmente inevasa, in cui la città di Roma, riportando una nota del giornalista Vincenzo Bisbiglia, non potette, per così dire, nascondere più la polvere sotto il tappeto, semplicemente perché il tappeto…non c’era più.

Tralasciando tutti gli altri costosi tentativi fatti di conferire fuori Regione e addirittura all’estero i rifiuti di Roma, e facendo comunque nostro il decreto commissariale, attualmente approvato dalla Regione Lazio con i relativi e stringenti impegni a breve termine imposti all’AMA, siamo convinti che, a differenza di tutti coloro che ne sono ideologicamente contrari, sia ora di pensare e senza indugi alla costruzione nella Regione Lazio di un moderno termovalorizzatore, apparato ben differente dagli impianti che si limitano a bruciare i rifiuti, così come recentemente, a titolo di esempio, è stato realizzato dalla città di Copenhagen, del quale evidenziamo le principali caratteristiche, ben consapevoli tuttavia, che sia pure in misura ridotta, il termovalorizzatore in questione alla fine del ciclo finisce per emettere, anche se in quantità ridotte, CO2.

In sintesi riportiamo le principali caratteristiche, tratte dal sito del termovalorizzatore:
il termovalorizzatore ha due caldaie a grata di capacità pari a 35 ton/h e carico termico nominale di 112 MW, due linee di depurazione fumi a umido con condensazione del vapore acqueo e una turbina da 67 MWe. La flessibilità operativa è garantita dalla connessione a due distretti della rete di teleriscaldamento di Copenhagen; anche se l’attività dei termovalorizzatori sia normalmente definita “di recupero”, il processo di incenerimento presso l’impianto suddetto consente il riciclo e il recupero di risorse altrimenti impossibile.

E’ possibile l’estrazione di metalli pesanti dalle ceneri superiore al 90% del totale di ferrosi e non ferrosi, mentre le ceneri possono essere così utilizzate per il manto stradale o per altri usi nel campo delle costruzioni. Il trattamento dei gas prodotti dalla combustione dei rifiuti consiste in un filtro elettrostatico, un sistema con catalizzatore triplo (seguito dall’economizzatore), uno scrubber (torre di lavaggio) e un sistema di condensazione del vapore acqueo.

Rimandiamo quindi la lettura delle ulteriori e più analitiche informazioni in merito al termovalorizzatore di Copenhagen, alla visione del suo stesso sito, augurandoci che si faccia una attenta riflessione sulla possibile costruzione e utilizzo nella nostra Regione Lazio di un impianto del genere, ricordando ai nostri lettori che nella zona sud di Brescia opera dal 1998 un analogo impianto, che oltre a bruciare rifiuti, produce energia elettrica e calore che viene utilizzato nella specifica rete cittadina di teleriscaldamento.

Gaetano Arciprete