TTIP: apertura dei mercati o salute?

Si continua a parlare del TTIP. Noi avevamo già trattato il tema nel suo complesso nell’ articolo n°55 del 14/12/2015 al quale si rimanda per un’idea generale. Adesso affrontiamo gli sviluppi più recenti che sono di ordine politico e alimentare.

 

Comunicato n°   71
Roma, 09/05/2016

 

Si continua a parlare del TTIP. Noi avevamo già trattato il tema nel suo complesso nell’ articolo n°55 del 14/12/2015 al quale si rimanda per un’idea generale. Adesso affrontiamo gli sviluppi più recenti che sono di ordine politico e alimentare. Da un lato Italia, Spagna e Francia spingono per un accordo che effettivamente dia libero accesso ai mercati americani che dal canto loro non vogliono rinunciare alla norma che li tutela: il “buy amercan” ovvero l’obbligatorietà di utilizzare almeno il 50% dei prodotti americani per ogni appalto pubblico. Per esempio, se un’impresa europea dovesse vincere l’appalto per costruire un’autostrada, dovrebbe utilizzare solo cemento americano. L’altro nodo spinoso è costituito dalle norme in materia di alimentazione. Per fare solo un altro esempio: la produzione di carne di maiale europea non solo è il doppio di quella americana, ma ha delle regole più severe soprattutto sul benessere degli animali. I maiali “made in USA” sono trattati tra il 60% e l’80% con un ormone, la ractopamina, vietato nella Unione Europea proprio per gli effetti negativi sul sistema endocrino umano. A ciò aggiungiamo  il forte rischio di vedere scomparire i marchi DOP e DOC: la proposta USA infatti prevede la tutela di 200 marchi, mentre in Europa se ne preservano oltre 1500.  I leak pubblicati da Greenpeace puntano anche su un altro tema spinoso: l’ambiente. Non vi è nessun accenno alla tutela ambientale, presente peraltro in precedenti accordi sul commercio né alla protezione del clima. Il TTIP non è neanche una forma di rilancio dell’economia europea e nello specifico di quella italiana in quanto se è vero che 2/3 delle nostre aziende esportano in USA, quelle che lo fanno tuttavia esportano pochissimo. Allora per quale motivo dovremmo essere interessati ad un accordo che immetta nel nostro mercato ormoni vietati e prodotti OGM? E fino a che punto gli Stati Uniti si spingeranno per avere la meglio sull’Europa? Chi la spunterà: le Multinazionali o la comunità civile? I primi timidi “no “sembra siano stati detti da Francia, Italia e Germania. Così si esprime infatti Hollande: “non siamo per un libero scambio senza regole. Mai accetteremo la messa in discussione dei principi essenziali per la nostra agricoltura, la nostra cultura, per la reciprocità all’accesso dei mercati pubblici”. Bisogna solo capire se è una presa di posizione oppure una mossa politica. Più pratico il vice-cancelliere e ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel : “Gli Usa devono essere pronti a mettere al centro della questione il motivo per cui un tale trattato si firma, l’apertura dei mercati”. Lo spiraglio c’è se gli USA cedono su questo punto.  Paolo De Castro, già ministro delle Politiche agricole aggiunge: “Il Parlamento europeo non accetterebbe un accordo al ribasso, per l’Italia l’intesa sull’agricoltura sarebbe importantissima, soprattutto per contrastare il fenomeno dell’italian sounding”( ndr: cioè la vendita negli USA di prodotti che portano nomi di marchi che suonano italiani ma che non sono prodotti in Italia). Basti pensare che negli Usa nove prodotti su dieci venduti come italiani in realtà non lo sono. Ma se pure riuscissimo ad ottenere profitto dall’apertura dei mercati, potrebbe mai questo avvenire  importando OGM ed ormoni vietati e per il clima e l’ambiente? E dovremmo poi accontentarci di fare tanti altri inutili summit di circostanza? Mentre dovremmo assistere ad un ulteriore attacco alla nostra salute anche da parte delle Multinazionali americane? Riteniamo che siano sufficienti quelli alla nostra salute che già ci arrivano da varie parti nel nostro continente e da cui dobbiamo continuamente difenderci.

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